Un altro 25 novembre si sta avvicinando…

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Un altro 25 novembre si sta avvicinando. Come sapete, questa è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne e sono davvero tantissime le iniziative che negli si sono susseguite in Italia e nel mondo per questa ricorrenza.

Quest’anno ho sentito parlare di diverse polemiche che si starebbero scatenando sulle manifestazioni di piazza. Non voglio però entrare nel merito della contesa, non lo faccio perché credo che sia assolutamente inutile e controproducente lasciare eventuali motivi che possano poi portare a ulteriori divisioni. Le polemiche vanno lasciate da parte, anche perché anno dopo anno l’interrogativo di fondo rimane sempre quello: come mai non si assiste ad un miglioramento della situazione? Ogni anno le donne offese, violentate o uccise sono sempre troppe, un fenomeno che sembra non accennare a diminuire.

Eppure, se proprio vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno, non sono mancati i fatti concreti: pensiamo ad esempio all’approvazione della legge sullo stalking nel 2009 e alla legge sul femminicidio del 2013. Sul fronte legislativo non si sembra dunque di dover assistere a una carenza di strumenti, anche se va detto che tali strumenti hanno fatto non poco discutere riguardo la loro reale efficacia. Se la legge da sola non basta, bisogna evidentemente dedurre che la maggior parte del lavoro da fare è principalmente sul piano culturale. Anche qui tanto si è detto, ma naturalmente il campo di azione è più vasto e molto meno definito rispetto alla politica, quindi con tutte le difficoltà del caso.

Ci sono tante associazioni in tutta Italia che si occupano di assistere le donne vittime di violenza e soprattutto di fornire loro una via d’uscita, una possibilità di recuperare e di riprendere pienamente in mano la loro vita. Sono associazioni gestite unicamente da volontarie, che devono quotidianamente fare i conti con la mancanza di fondi e spesso con la scarsa attenzione da parte delle istituzioni. Il loro impegno è fondamentale e decisivo, ma tutto questo non sarà sufficiente se prima non si proverà a portare il dibattito all’interno dei nostri rapporti personali.

Di violenza contro le donne dobbiamo infatti parlarne tra di noi, in famiglia e tra amici. Se ne deve parlare anche tra fratello e sorella, tra padre e figlia, tra madre e figlio, tra amico e amica. Perché è proprio in queste relazioni personali che dovrà formarsi la nuova grammatica veramente rispettosa della persona. All’impegno delle associazioni serve aggiungere la sostanza della presenza di una solida cultura del rispetto, che deve svilupparsi attraverso i gesti della quotidianità. Gli uomini, in tutto questo, possono, anzi, devono svolgere un ruolo fondamentale. La collaborazione tra donne e uomini è decisiva e deve costituire il punto di partenza di questo percorso. Perché alla fine la violenza di genere si combatte solo a una condizione: se il dibattito su di essa esce dai soliti confini in cui è rinchiuso.

A.E.V.

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