Le parole danno sostanza al nostro modo di esprimerci, perché rendono chiaro in un insieme limitato di lettere un concetto che è già ben formato nella nostra mente.
Oggi desidero dunque parlare di una parola in particolare: empatia. Deriva dal greco empateia, parola composta da en- (dentro) e pathos (sentimento o sofferenza). Il dizionario Sabatini Coletti dà questa definizione di empatia: la “capacità di un individuo di comprendere in modo immediato i pensieri e gli stati d’animo di un’altra persona”.
L’empatia è una capacità che, secondo quanto riportato nei resoconti di alcuni studi scientifici, trarrebbe origine da una base biologica, in particolar modo nei neuroni specchio, più sviluppati nelle donne che negli uomini.
Ma una pura e semplice definizione scientifica non basta a chiarire completamente il quadro. Perché l’empatia è molto più di una predisposizione genetica. È qualcosa che si può apprendere col tempo, nelle relazioni quotidiane, attraverso una moltitudine di strumenti come l’educazione e l’affetto. Un esercizio che tutti noi dovremmo compiere.
Per molta gente è una parola praticamente sconosciuta, eppure sono fermamente convinto che possa essere la chiave per capire molte cose dei rapporti e dei legami, così come dei distacchi e delle solitudini, del mondo di oggi.
Perché oggi c’è davvero bisogno di empatia, in diversi ambiti della nostra vita. Numerosi fatti accaduti anche di recente lo testimoniano.
C’è bisogno di empatia nella famiglia. Dove troppo spesso mariti e compagni capaci di parlare soltanto il linguaggio del possesso, usano l’arma della prevaricazione e della violenza nei confronti delle donne.
C’è bisogno di empatia nella società. Perché i problemi e le difficoltà dei singoli non rimangano confinati in un limbo praticamente invisibile al di fuori del quale chiunque può permettersi di dire: “questa cosa non mi riguarda”.
C’è bisogno di empatia nel mondo del lavoro. Affinché lavoratrici e lavoratori non siano visti soltanto come risorse da sfruttare e poi da scartare a piacimento, ma come persone capaci di dare un contributo non solo al benessere economico ma anche, e soprattutto, a quello sociale e relazionale.
E poi c’è bisogno di empatia nella politica. Perché la politica, col tempo, si è via via allontanata dai veri interessi e dalle vere aspirazioni della gente. Occorre un modo nuovo di vivere la politica, dove nessuna e nessuno debba patire l’esclusione e dove la prima preoccupazione di chi si sente investito di un ruolo sia quella di immedesimarsi nei bisogni delle persone.
È evidente da quanto ho appena scritto che il lavoro da fare è tanto. Ma il primo passo è piuttosto semplice: provare a comprendere lo stato d’animo di chi sta accanto a noi. È qualcosa che non ci costa assolutamente nulla, né tempo né denaro. Qualcosa che si può cominciare a fare immediatamente, senza aspettare.
Concludendo, quale migliore occasione dell’8 marzo per una riflessione sull’empatia? Oggi ricordiamo infatti le lavoratrici della Triangle Shirtwaist Company di New York morte nell’incendio scoppiato nella fabbrica nell’ormai lontano 1911. Le operaie erano costrette a lavorare in ambienti chiusi a chiave per evitare furti o troppe pause. Al propagarsi dell’incendio i due proprietari dello stabilimento fuggirono abbandonando le lavoratrici al loro destino. Dopo 101 anni il messaggio rimane chiaro: a causare quella tragedia fu prima di tutto la mancanza di empatia.
Poniamoci dunque l’obiettivo di vivere questo 8 marzo all’insegna dell’empatia. E di continuare così, tutti i giorni, sempre.


